JUDITH

In apertura di questo brano, che chiude la seconda parte del disco, c’è un pianoforte che suona una semplice melodia.
Il suggerimento per ascoltarlo nel migliore dei modi è quello di immaginarsi soli, nel profondo della notte, in una fabbrica di tre piani abbandonata oppure in un mulino medievale circondato dai boschi. Improvvisamente un suono di un pianoforte ti sveglia, tu lentamente ti avvicini alla sala dalla quale proviene la melodia e seduta sulla sedia davanti alla tastiera la vedi, in tutto il suo pallore, sorriderti.

Judith

Tu sei la regina del regno dell’amore
sei la donna amata dai poeti
La verità è la carne del tuo seno
Sei la regina del fuoco e conosci
ogni mia inclinazione

Tu che negli occhi
hai i cieli di Siviglia
Hai la pelle soave e sottile
Come quella di un serpente
e la lasci scivolare dentro di me

Tu sei la regina del regno dell’amore
Stanca ormai di tutto il tuo amare

LA LEOCADIA

Erano passati quasi cento anni esatti da quando il pittore pazzo e La Leocadia si erano lasciati, entrambi bagnando la tela del quadro con molte più lacrime di quante il loro amore meritasse. Ma ancora oggi lui, seduto nella cucina del suo mulino, ogni volta che senza volerlo pensa a lei, avverte quel piccolo rumore secco che fa il cuore quando si spezza.

La Leocadia

Dimmi da dove vengono
tutte le lacrime che piangi
Da dove devo partire
per arrivare a capirlo

Dove deve fuggire il mio cuore
lontano dal mio cuore
Dove fuggire io da me stesso
senza dovermi inseguire

Versai la mia anima
sulla sabbia
E ti amai come l’acqua
che bagna le rocce

Che a volte le accarezza
e le lascia al sole
E a volte le affonda
lasciandole al mare

E tu dammi una buona ragione
per svegliarmi dal sogno
E tu dammi una buona ragione
o chiudi gli occhi e raggiungimi là

ATROPOS

Con questo brano inizia la seconda parte del disco, quella chiamata “Visioni”. Sono appunto le immagini che il caprone va suggerendo al pittore, sono le visioni della Figlia della Notte, dell’Uomo della Sabbia seduto in riva al fiume,  di una giovane ragazza amata dall’artista più di cento anni prima e della Regina del regno dell’Amore.

Atropos, una delle tre Moire, figlia della Notte, la più anziana (Esiodo, Scudo, 259: … Atropo, non era una grande dea, ma certamente alle altre superiore e più anziana…) delle tre sorelle, è colei che non si può evitare, l’inflessibile; rappresenta il destino finale della morte d’ogni individuo poiché a lei era assegnato il compito di recidere, con lucide cesoie, il filo che rappresentava la vita del singolo, decretandone il momento della morte. (Wikipedia)

Musicalmente questa canzone vorrebbe essere cantata da Bob Dylan ed Emmylou Harris nel ’76 ma evidentemente siamo nel 2013 e né Bob e né Hammylou sono più quelli di una volta.

Atropos

Vedi la maniera nella quale
il tempo mi gocciola dalle dita?
Senti il mio sguardo distratto
come spinge sulla tua schiena?
E vedi come è necessario
tendere il filo
prima di poterlo tagliare?

Vedi la maniera nella quale
le nubi si avvicinano al suolo?
Avverti la pioggia, l’odore di zolfo,
senti i tuoni nel cielo?
E vedi come è facile
chiudere gli occhi
e poi scomparire?

E tutto questo solo perché
in fondo

C’è un mare di terra
che non ci lascia vedere
i colori del quadro

In fondo

C’è un mare di ombre
che non ci lasciano uscire
dalla tela del quadro

IL DUELLO

“Il duello” è l’ultimo brano della prima parte del disco, quella chiamata “Il palazzo di marmo”. Va a chiudere la piccola serie di canzoni che hanno come intento comune quello di descrivere l’atmosfera che si respira all’interno della dimora del caprone e di tracciare un abbozzo introduttivo per spiegare le visioni del pittore.

È un duello tra due contadini, immersi nel fango fin sopra alle ginocchia, che si sfidano con lunghi bastoni per sistemare dei conti rimasti sospesi.

In fondo si vedono delle grandi nuvole nere che si avvicinano lente e già si sente nitido il rombo dei tuoni.

AQUELARRE

“Aquelarre” sarà il primo brano del disco.
Immagine

È ispirato all’omonimo dipinto di Goya delle Pinturas Negras che ritrae un caprone nero circondato da una folla di persone che sembrano attratte magneticamente dall’animale. Ho immaginato quale potesse essere il discorso con il quale la bestia stava intrattenendo gli uditori e risultò essere una sorta di invito, quasi un arruolamento, a cercare gli ultimi angeli rimasti vivi nascosti nel suo palazzo di marmo e a consegnarli al suo cospetto.

L’arringa del caprone termina con una domanda posta al suo pubblico e di conseguenza a chi ascolta il disco: “Che cosa è la verità?”. La domanda rimane senza risposta, ma se per Lessing era da cercarla nella mano destra di Dio, a noi verrà indicato un sito più piacevole in cui trovarla nel testo della canzone “Judith” che chiude la seconda parte del lavoro.

 Aquelarre
(il discorso del caprone per la morte degli ultimi angeli rimasti)
  

Lasciate che cammini sui vostri ricordi di quando eravate bambini,
legateli stretti alla mia coda
Chiudete piano gli occhi e immaginate quanto di peggio le vostre menti permettano
Siate sinceri e ammettete di non amarvi abbastanza da potervi guardare fissi negli occhi senza vergognarvi nemmeno un poco della vostra inutile audacia
E siate prudenti nel giudicare tutto questo come inoffensivo, semplice, leggero ed evitabile come una sera di pioggia al mare
Ora andate e riempitevi le tasche delle giacche con le vite fumose degli angeli che trovate già morti
E permettete a quelli ancora vivi di nascondersi bene negli angoli bui del palazzo
Del mio palazzo di marmo costruito dietro ai vostri occhi
così che io li possa cercare
così che io li possa trovare
e possa disegnare croci sulle loro ossa
e possa ridere nel vederli evaporare nella nebbia
e possa vestirmi dell’ombra nera dei boschi
e possa sorprenderli sussurrarsi l’un l’altro parole di coraggio
mentre cercano invano un sapiente che possa capire la lingua del giglio,
che chieda perché la bestia è andata via e perché, poi, è tornata.
Tutto ciò prima che con lo zoccolo faccia scoppiare i loro piccoli cuori
pieni di piume e di amore
e dopo possa senza indugio ringraziare tutti voi
uno ad uno
del vostro inconsapevole aiuto e della vostra tacita approvazione
e possa chiedervi come ultima istanza
“ Che cosa è la Verità? ”

IL VECCHIO MULINO E IL PITTORE PAZZO (prologo)

Questo è il prologo, l’introduzione al disco.

“In un vecchio mulino in fondo ad una valle soffocata dai boschi, un pittore pazzo inseguiva le sue visioni. Queste gli suggerivano bisbigliandogli alle orecchie di dipingere enormi affreschi che riempivano le pareti delle molte stanze del mulino.

I tratti del suo pennello seguivano il battito segreto della linfa negli alberi e disegnavano oscure immagini di figure mitologiche, languide e giovani ragazze e territori ampi con terre secche e poco feconde.

A fianco del mulino, a reggere la grande ruota che girava nell’acqua del torrente, il pittore aveva costruito, asse sopra asse, uno studio dove poter lasciare libera la sua arte. Muovendosi sollevava nuvole di polvere e terra che sembravano piccoli temporali sopra il suolo di cemento.

Contemporaneamente, esattamente nello stesso momento e nello stesso luogo, in un enorme palazzo di marmo simile ad una cattedrale un caprone dal vello nero comandava le visioni del pittore ed ordinava alla sua arte di non lasciarsi sfuggire nemmeno il più piccolo degli ultimi angeli rimasti vivi…”

P.S. Le date di inizio della registrazione sono posticipate a settembre! Il caprone è morto, lunga vita al caprone!

LA NASCITA DI UN DISCO CAPRONE

DIstrazione

LA NASCITA DI UN DISCO CAPRONE

Erano già un paio di anni che stavo pensando di registrare un disco dedicato alle “Pinturas Negras” di Goya. L’idea di fondo, abbastanza semplice, era quella di abbinare ad ogni quadro una canzone e di racchiuderle in un disco intitolato “La quinta del Sordo”, come la casa sulle cui pareti Goya dipinse le Pinturas. Qualcosa però non quadrava nel senso specifico del termine, le canzoni rimanevano appese ai muri ed una volta lasciate alle spalle le ritrovavo davanti ad aspettarmi.

Poi nel settembre 2012 partecipai ad un workshop di musica, pittura e scultura organizzato dai due amici dell’umanità Andrea Bolner e Paolo Dolzan. Dormendo, mangiando e suonando nel mulino di quest’ultimo, che oltre ad essere mugnaio ad honorem è eccelso pittore, le idee intorno a quel mio progetto iniziarono ad assumere contorni nitidi ed organizzati, manifestandosi qualche mese fa nella loro forma compiuta.

Scoprii infatti che il personaggio principale del lavoro che avevo in mente non era Goya bensì lo stesso Paolo Dolzan, nella specifica occasione pittore pazzo, che dipingeva le pareti del suo mulino medievale con oscuri affreschi. Egli si ispirava per le sue opere alle visioni che un nero caprone gli comandava dalle enormi stanze del suo palazzo di marmo, eretto nello stesso posto ed allo stesso tempo in cui il pittore viveva nel suo mulino. Il tutto avveniva nel profondo di un fitto bosco con fiumi e spiriti dell’acqua a controllare la correttezza nello svolgersi della vicenda.

L’idea del disco iniziò quindi a concretarsi e man mano iniziai a credere che prima o poi sarei riuscito addirittura a registrarlo. Il titolo nacque come “Il vecchio mulino e il pittore pazzo” e tale è rimasto sino ad oggi, così come la suddivisione dell’ ordine dei brani in quattro parti (Il palazzo di marmo – Le visioni – Il bosco, la valle, il fiume – Lo studio).

Nei post successivi spiegherò nel dettaglio la struttura del progetto, informerò sui progressi nella registrazione e “costruzione” del disco (sabato e domenica 27 e 28 luglio dovrebbero essere le prime due sedute di registrazione) il tutto per avere una sorta di diario di questa traversata a bordo di una nave di marmo con un caprone nella stiva ed un pittore visionario in bilico sulla coffa dell’albero maestro.