DUE VECCHI (riflessione sull’infinito)

C’è una scena del film “Coffee and cigarettes” di Jim Jarmush in cui due vecchi parlano di un brano di Mahler, “Ich bin der Welt abhanden gekommen” e la musica arriva a sopraffarli, vengono incantati e quasi il fantasma di Mahler se li porta via.

Il testo del brano va letto o ascoltato come se descrivesse quello che separa i due anziani protagonisti dall’azzurro del cielo di certi pomeriggi.

Due vecchi (riflessione sull’infinito)

Questo piatto è rotondo
Come la luna
E la luna
È una spiaggia rotonda

E il cielo è un mare
Pieno di stelle
Che a guardarle
Se già non sono morto
È come se lo fossi

LO STAREC

Secondo brano del disco. La vita dello starec in questione è ben descritta nel sesto libro de “I fratelli Karamazov” di Dostoevskij. In una delle sue molteplici forme si manifesta anche in un affresco che il pittore pazzo consegna alla parete della camera da letto. Dal muro lo Starec riconosce negli occhi del pittore la sua giovinezza, intravede le ombre delle donne amate e ricorda quanto il vino lo eccitasse, invece di calmarlo come fa ora.
Dietro a tutta la sua esperienza, dietro alla spiritualità ed alla religione, dietro a Dio ed in fondo alla notte quello che gli rimane sono solo i latrati lontani dei cani.

Lo Starec

Solo mi rimangono i cani
I loro latrati lontani
Nel silenzio immobile della notte
Solo mi rimangono loro

Niente più grida e niente più sorrisi
Bicchieri di vino e baci
Solo mi rimangono i cani
Solo mi rimangono loro

Voglio che questa canzone
Sia un graffio tracciato sul muro
Per lasciare un segno
Della mia esistenza

Solo mi rimane chi costruì questo tempio
Prima che arrivassero a distruggerlo
Chi si avvicinò al tuo corpo nudo
E non riuscì a toccarlo

Quello che mi rimane non è la fiamma delle candele
E neppure il vento che le spense
Solo mi rimangono i cani
Solo mi rimangono loro

Voglio che questa canzone
Sia un graffio tracciato sul muro
Per lasciare un segno
Della mia esistenza

TRACKLIST

Ecco la tracklist del disco:

Il vecchio mulino e il pittore pazzo

  
Part I – Il palazzo di marmo
Aquelarre
Lo Starec
Due vecchi (riflessione sull’infinito)
Il duello

Part II – Le visioni
Atropos
L’uomo di sabbia
La Leocadia
Judith

Part III – Il bosco, la valle, il fiume
Le anguane
Le zattere (il fiume diventa più largo)
L’eco (per Sofia)

Part IV – Lo studio
Karl’s walk
Sea voyage blues
Diez mil guineas

 

AQUELARRE

“Aquelarre” sarà il primo brano del disco.
Immagine

È ispirato all’omonimo dipinto di Goya delle Pinturas Negras che ritrae un caprone nero circondato da una folla di persone che sembrano attratte magneticamente dall’animale. Ho immaginato quale potesse essere il discorso con il quale la bestia stava intrattenendo gli uditori e risultò essere una sorta di invito, quasi un arruolamento, a cercare gli ultimi angeli rimasti vivi nascosti nel suo palazzo di marmo e a consegnarli al suo cospetto.

L’arringa del caprone termina con una domanda posta al suo pubblico e di conseguenza a chi ascolta il disco: “Che cosa è la verità?”. La domanda rimane senza risposta, ma se per Lessing era da cercarla nella mano destra di Dio, a noi verrà indicato un sito più piacevole in cui trovarla nel testo della canzone “Judith” che chiude la seconda parte del lavoro.

 Aquelarre
(il discorso del caprone per la morte degli ultimi angeli rimasti)
  

Lasciate che cammini sui vostri ricordi di quando eravate bambini,
legateli stretti alla mia coda
Chiudete piano gli occhi e immaginate quanto di peggio le vostre menti permettano
Siate sinceri e ammettete di non amarvi abbastanza da potervi guardare fissi negli occhi senza vergognarvi nemmeno un poco della vostra inutile audacia
E siate prudenti nel giudicare tutto questo come inoffensivo, semplice, leggero ed evitabile come una sera di pioggia al mare
Ora andate e riempitevi le tasche delle giacche con le vite fumose degli angeli che trovate già morti
E permettete a quelli ancora vivi di nascondersi bene negli angoli bui del palazzo
Del mio palazzo di marmo costruito dietro ai vostri occhi
così che io li possa cercare
così che io li possa trovare
e possa disegnare croci sulle loro ossa
e possa ridere nel vederli evaporare nella nebbia
e possa vestirmi dell’ombra nera dei boschi
e possa sorprenderli sussurrarsi l’un l’altro parole di coraggio
mentre cercano invano un sapiente che possa capire la lingua del giglio,
che chieda perché la bestia è andata via e perché, poi, è tornata.
Tutto ciò prima che con lo zoccolo faccia scoppiare i loro piccoli cuori
pieni di piume e di amore
e dopo possa senza indugio ringraziare tutti voi
uno ad uno
del vostro inconsapevole aiuto e della vostra tacita approvazione
e possa chiedervi come ultima istanza
“ Che cosa è la Verità? ”

IL VECCHIO MULINO E IL PITTORE PAZZO (prologo)

Questo è il prologo, l’introduzione al disco.

“In un vecchio mulino in fondo ad una valle soffocata dai boschi, un pittore pazzo inseguiva le sue visioni. Queste gli suggerivano bisbigliandogli alle orecchie di dipingere enormi affreschi che riempivano le pareti delle molte stanze del mulino.

I tratti del suo pennello seguivano il battito segreto della linfa negli alberi e disegnavano oscure immagini di figure mitologiche, languide e giovani ragazze e territori ampi con terre secche e poco feconde.

A fianco del mulino, a reggere la grande ruota che girava nell’acqua del torrente, il pittore aveva costruito, asse sopra asse, uno studio dove poter lasciare libera la sua arte. Muovendosi sollevava nuvole di polvere e terra che sembravano piccoli temporali sopra il suolo di cemento.

Contemporaneamente, esattamente nello stesso momento e nello stesso luogo, in un enorme palazzo di marmo simile ad una cattedrale un caprone dal vello nero comandava le visioni del pittore ed ordinava alla sua arte di non lasciarsi sfuggire nemmeno il più piccolo degli ultimi angeli rimasti vivi…”

P.S. Le date di inizio della registrazione sono posticipate a settembre! Il caprone è morto, lunga vita al caprone!

LA NASCITA DI UN DISCO CAPRONE

DIstrazione

LA NASCITA DI UN DISCO CAPRONE

Erano già un paio di anni che stavo pensando di registrare un disco dedicato alle “Pinturas Negras” di Goya. L’idea di fondo, abbastanza semplice, era quella di abbinare ad ogni quadro una canzone e di racchiuderle in un disco intitolato “La quinta del Sordo”, come la casa sulle cui pareti Goya dipinse le Pinturas. Qualcosa però non quadrava nel senso specifico del termine, le canzoni rimanevano appese ai muri ed una volta lasciate alle spalle le ritrovavo davanti ad aspettarmi.

Poi nel settembre 2012 partecipai ad un workshop di musica, pittura e scultura organizzato dai due amici dell’umanità Andrea Bolner e Paolo Dolzan. Dormendo, mangiando e suonando nel mulino di quest’ultimo, che oltre ad essere mugnaio ad honorem è eccelso pittore, le idee intorno a quel mio progetto iniziarono ad assumere contorni nitidi ed organizzati, manifestandosi qualche mese fa nella loro forma compiuta.

Scoprii infatti che il personaggio principale del lavoro che avevo in mente non era Goya bensì lo stesso Paolo Dolzan, nella specifica occasione pittore pazzo, che dipingeva le pareti del suo mulino medievale con oscuri affreschi. Egli si ispirava per le sue opere alle visioni che un nero caprone gli comandava dalle enormi stanze del suo palazzo di marmo, eretto nello stesso posto ed allo stesso tempo in cui il pittore viveva nel suo mulino. Il tutto avveniva nel profondo di un fitto bosco con fiumi e spiriti dell’acqua a controllare la correttezza nello svolgersi della vicenda.

L’idea del disco iniziò quindi a concretarsi e man mano iniziai a credere che prima o poi sarei riuscito addirittura a registrarlo. Il titolo nacque come “Il vecchio mulino e il pittore pazzo” e tale è rimasto sino ad oggi, così come la suddivisione dell’ ordine dei brani in quattro parti (Il palazzo di marmo – Le visioni – Il bosco, la valle, il fiume – Lo studio).

Nei post successivi spiegherò nel dettaglio la struttura del progetto, informerò sui progressi nella registrazione e “costruzione” del disco (sabato e domenica 27 e 28 luglio dovrebbero essere le prime due sedute di registrazione) il tutto per avere una sorta di diario di questa traversata a bordo di una nave di marmo con un caprone nella stiva ed un pittore visionario in bilico sulla coffa dell’albero maestro.